Davide Verga, la preparazione negli sport invernali

10/01/2012
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Oggi incontriamo Davide Verga, preparatore atletico dell'HC Fassa e di molti giovani sciatori della sua amata valle.

ES: Ciao Davide e benvenuto.
GC: Ciao Massimiliano, grazie per questo invito.

ES: Prima di andare al cuore di questa intervista, raccontaci la tua “carriera” di Preparatore Atletico:
GC: Tutto parte, guarda il caso, sempre dall’hockey. A 18 anni ho deciso di abbandonare la carriera sportiva poiché non sono riuscito a fare il salto di qualità necessario per giocare in Serie A.
L’hockey però è sempre stato nel mio cuore ed ecco che mi sono iscritto all’università di Scienze Motorie a Milano e dopo i canonici 5 anni (..più un a laurea breve triennale in Osteopatia conseguita in Svizzera) sono tornato in Valle ed ho contattato la dirigenza dell’hockey Club Fassa per propormi come preparatore atletico.
La dirigenza è stata eccezionale perché mi ha dato fiducia permettendomi di lavorare pur non avendo grande esperienza.
Questo è il mio quinto anno. Nel frattempo ho iniziato a collaborare con altre associazioni sportive di Sci, Pattinaggio artistico ecc.. L’anno scorso è arrivata, grazie anche al supporto ed alla fiducia del Fisiologo sportivo/preparatore atletico dell’Asiago Dott. Raffaele Tendi, la possibilità di collaborare con la Nazionale Italiana di Hockey su ghiaccio.

ES: La tua vita professionale si divide tra Hockey su Ghiaccio e sci. Ci sono punti di contatto tra queste due discipline, così diverse tra loro, dal punto di vista della preparazione atletica?
GC: Sicuramente. Senza addentrarsi negli aspetti tecnici posso dire che vi sono delle similitudini e dei punti in comune dal punto di vista della preparazione. Sono discipline che richiedono un’elevata espressione di forza che va poi sviluppata secondo le caratteristiche peculiari che le riguardano. Le basi sono comuni. Ovviamente dobbiamo fare un distinguo tra atleti professionisti, adolescenti ecc…

ES: Oggi vorrei parlare con te di Hockey. Come imposti il lavoro coi tuoi ragazzi?
GC: Nel corso degli anni siamo riusciti a pianificare un lavoro di 10 mesi all’anno. Impostiamo la maggior parte del lavoro in primavera-estate. Nel corso della stagione agonistica (settembre-aprile) si fa un “mantenimento”, si recuperano eventuali infortuni in collaborazione con tutti i membri dello staff (fisioterapisti, dottori ecc..) e, in alcune fasi, si fanno dei richiami specifici .

ES: L'Hockey è (in Italia) uno sport semi-professionistico, per cui ti trovi ad allenare molti atleti che affiancano lo sport al lavoro di tutti i giorni. Come riesci a conciliare al meglio queste due attività?
GC: Forse dovremo chiederlo a loro! (ride n.d.r.) Sicuramente i carichi di lavoro devono tenere conto del fatto che molti atleti lavorano 8 ore al giorno e molto spesso sono lavori impegnativi anche dal punto di vista fisico. Ci si adatta, ma non troppo… Sicuramente il merito va a loro perché, come si suol dire, danno sempre il 100% anche dopo una giornata impegnativa. Credo siano consapevoli che l’hockey, (e lo sport in generale), ti permetta di fare una vita “diversa”, che non tutti possono fare, di conoscere nuove realtà, di viaggiare, di essere in salute, di giocare un Campionato del Mondo se si ha la fortuna di essere convocati in Nazionale. Insomma vi sono molti aspetti positivi. Alla base di tutto comunque c’è sempre il sacrificio…non si ottengono risultati se non si lavora duramente.

ES: Ogni anno il gruppo degli italiani è affiancato da “professionisti” stranieri, provenienti da paesi dove fare Hockey su Ghiaccio è un vero lavoro. Ci sono problematiche particolari causate dall'allenare profili atletici così diversi?
GC: Inizialmente ho fatto un po’ di fatica. Poi dobbiamo distinguere atleta da atleta, canadesi da atleti dell’est o scandinavi. Vi sono atleti che sono molto meticolosi nel prepararsi ed altri che fanno il minimo indispensabile. In realtà ci sarebbe molto da dire a riguardo. Ciò di cui sono convinto è che i giocatori italiani debbano trovare nella performance fisica la via per competere con gli stranieri che, solitamente , hanno un background hockeistico molto più importante e di conseguenza più tecnica e miglior pattinaggio ecc.. Per eccellere in una disciplina bisogna costruire la performance in 10 anni ed accumulare migliaia di ore di lavoro.. forse ciò che manca qui dove l’hockey è uno sport semi-professionistico.

ES: Per l'Hockey Fassa segui anche il settore giovanile. Cosa occorre secondo te per innalzare il livello atletico dei nostri ragazzi, ed avvicinarlo a quello di altri paesi?
GC: Partire proprio dai giovani. Selezionare i talenti, dar loro la possibilità di giocare all’estero per migliorare, seguirli fin dalla giovane età. Formare costantemente gli allenatori, “far” cultura all’interno dell’ambiente. Dal punto di vista di noi allenatori-preparatori è fondamentale aggiornarsi, confrontarsi ed adattare il lavoro alla nostra realtà: non siamo in Canada, non dobbiamo copiare nessuno, dobbiamo –ribadisco- adattare il tutto all’hockey italiano. Questo è il punto di partenza.

ES: Da anni ti affidi ad EthicSport per l'integrazione della squadra. Come segui questo aspetto?
GC: Innanzi tutto devo dire grazie ai dirigenti dell'Hockey Fassa ed al presidente in particolare che si è dimostrato sensibile all’argomento integrazione e non ha avuto il timore di seguire questo tipo di strada. In secondo luogo devo ringraziare lo staff dell’Ethic perché, oltre alla competenza scientifica, ha sempre dimostrato grande disponibilità organizzando anche incontri formativi relativi alla nutrizione ed ad un corretto uso degli integratori, dando molto valore ai rapporti interpersonali. Cosa rara al giorno d’oggi.

Dal punto di vista pratico nel corso degli anni si è cercato, con la collaborazione dei vostri esperti, di creare un integrazione che fosse adatta al singolo atleta ed al particolare periodo di preparazione.
Nello specifico, nel corso della stagione agonistica, cerchiamo di adottare delle soluzioni che aiutino il recupero fisico. Nel mese di dicembre si giocano circa tre partite a settimana, magari due in trasferta.. ecco che il recupero diventa più importante dell’allenamento stesso.

ES: L'Hockey e la Val di Fassa...un amore che non muore mai...
GC: Direi un amore che sta ancor crescendo. La nostra è una piccola Valle e lo sport diventa un momento particolare di aggregazione e divertimento. Ci si unisce per fare il tifo e , il giorno dopo una bella vittoria, ci si sente come se ognuno avesse contribuito al risultato: il tifoso con il tamburo, chi sventola le bandiere, la famiglia che ha deciso di passare la serata allo stadio…insomma una vittoria di tutti.

Voglio ringraziare i tifosi che hanno creato una pagina Fans proprio su Facebook: continuate così, è un piacere giocare con il vostro supporto.. ognuno vuole dare il meglio!

Grazie Davide, e buon lavoro!

intervista a cura di Massimiliano di Montigny

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