L'energia del villaggio olimpico - Un report denso di emozioni e curiosità realizzato dal Dr Piero Benelli - Nazionale Italiana di Volley

15/03/2013
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Quello che mi manca è un’Olimpiade, per cui vorrei allenare una nazionale” (Ettore Messina)

Se questo è il pensiero di uno degli allenatori di basket più famosi e titolati d’Europa, con alle spalle anche un’esperienza (unico italiano) nella mitica NBA, possiamo capire quanto i Giochi Olimpici costituiscano l’obiettivo più significativo nella vita di uno sportivo: sono il sogno finale, lo scopo di una carriera sportiva, il punto di arrivo prima di un possibile ritiro per ogni atleta.
E questo si percepisce entrando nel Villaggio Olimpico e partecipandone alla vita quotidiana, che vuol dire vivere in una città (in alcuni momenti si arriva fino a 15.000 presenze) che avrà una storia più o meno di un mese, ma su cui per quel mese si concentrerà l’attenzione di tutto il mondo sportivo mondiale.

Gli atleti più forti del mondo, di tutte le nazioni e di tutte le discipline sportive, si incontrano per gareggiare, abbattere record, affermare una supremazia, consolidare un primato o metterlo in discussione. Il fascino di questa esperienza è unico e magico, e reso ancora più affascinante dal fatto che tutto ciò si concretizza solo ogni 4 anni: se si perde un’occasione, non è così facile ritrovarla.
Incontrare gli atleti più forti del mondo (anche se alcuni di loro, tipo i giocatori della NBA e qualche atleta di grandissimo seguito, preferiscono, in accordo con i rispettivi comitati olimpici, soggiornare fuori dal Villaggio in situazioni meno dispersive e più utili per concentrarsi, e fanno solo qualche apparizione fugace più che altro per “rappresentanza”), parlare con i referenti sportivi delle altre nazioni, scambiare opinioni e sensazioni, partecipare alla sfilata della Cerimonia inaugurale e a quella di chiusura, seguire le competizioni con i protagonisti, discutere dell’andamento dei risultati, sentire l’atmosfera delle gare, condividere delusioni e/o momenti esaltanti, tutto questo costituisce un’esperienza unica, difficilmente descrivibile: è come abbeverarsi ad una fonte di energia che ogni giorno ti dà nuove risorse che incameri e mantieni a lungo, anche per mesi dopo la fine dei Giochi. A me almeno è successo così, sia per Pechino sia per Londra: tornato a casa, ho vissuto per lungo tempo con una carica che veniva da tutto quello che ho descritto, con nuovi stimoli, nuove idee, nuova consapevolezza nel lavoro quotidiano. E comunque, tutto questo ti accompagnerà per tutta la vita, come tutte le esperienze indimenticabili.

Non è però, come si dice, “tutto oro quel che luccica”, nel senso che il mondo sportivo, che d’altra parte non costituisce un mondo a parte rispetto alla realtà del nostro tempo ma spesso la riflette, vive anche di adattamenti, disagi e contraddizioni.
Vivere al Villaggio Olimpico vuole dire adeguarsi a sistemazioni (di alloggio, di trasporti, di ritmi quotidiani) decisamente più spartane di quelle a cui molti atleti sono abituati. Ogni nazione ha una o più palazzine a disposizione, all’interno delle quali ci sono appartamenti con piccole stanze da condividere con 2-3 persone, e una stanza da bagno ogni 6-8 persone (che quasi sempre hanno stessi orari durante la giornata); le stanze diventano poi, a seconda delle esigenze, sale riunioni, sale video, spazi per studiare gli avversari o luoghi di lettura dei quotidiani o per prendere il caffè o altro...); insomma, c’è una promiscuità sicuramente socializzante e spesso stimolante che il più delle volte aggrega il gruppo, ma che può essere anche un po’ difficile da gestire soprattutto se ci sono tensioni, esigenze particolari, situazioni di conflitto o discussione, soprattutto se il soggiorno, come ad esempio succede negli sport di squadra che aprono e chiudono i Giochi se hai la fortuna e il merito di arrivare fino alle finali, si protrae per un mesetto.

Anche per il lavoro degli staff non sempre le condizioni sono ottimali e a volte occorre adattarsi. A Londra, nelle cantine di alcune palazzine fisioterapisti e operatori degli USA avevano sistemato lettini e strumentazioni per lavorare in spazi ampi anche se non riservati.
Una cosa particolare e curiosa è costituita dal fatto che le palazzine che ospitano atleti e staff vengono di solito “decorate” dalle delegazioni con le bandiere nazionali o con altri simboli che possano aiutare a riconoscere la provenienza degli occupanti (ad es. un pupazzo di canguro o struzzi per gli australiani, un’alce per i canadesi, etc.); spesso le bandiere sono arricchite da frasi di incitamento e di incoraggiamento per le rispettive rappresentative. Si passa dal “Faster, stronger, higher” della Gran Bretagna, ribadito dai messicani (“Iremos mas rapido, lucharemos mas fuerte, llegaremos mas alto”) peraltro parafrasato dal famoso motto latino, al “Pain is temporary, pride is forever”dei danesi, al “to the world, be the best” dei coreani; più realisticamente e in maniera meno pomposa, noi italiani a Pechino avevamo scritto con il pennarello sul bianco della bandiera: “a rega’, mo’ che ce semo ce provamo….”.

Una riflessione: due terzi degli atleti e dei componenti gli staff ospiti del Villaggio Olimpico sono già gratificati dall’essere lì: il loro obiettivo era arrivare ai Giochi, in qualche modo esserci e partecipare; ma per il 

terzo restante l’obiettivo è una vittoria, una medaglia, una finale, comunque un piazzamento prestigioso: differenza che si nota subito nella vita del Villaggio. Ci sono gruppi che tirano tardi, facendo anche a volte “casino”, cercando contatti ed amicizie, condivisione di esperienze, per vivere fino in fondo l’eccezionalità dell’evento, mentre altri cercano la riservatezza e la concentrazione, occasioni di riposo e silenzio, e sono meno propensi, pur vivendo comunque l’atmosfera olimpica, a mischiarsi a tutti gli altri e a cercare occasioni di incontri e di socializzazione. Non c’è però conflittualità tra i due gruppi, c’è comunque un’atmosfera di grande tolleranza e partecipazione. 

Un momento topico è costituito dalla condivisione della mensa, una struttura gigantesca dove possono mangiare, a qualsiasi ora del giorno e della notte, migliaia di persone, organizzata benissimo. Le file più lunghe sono di 2-3 minuti, tanti sono i posti e le opzioni: ci sono i reparti di cucina mediterranea, asiatica, africana, di cucina locale, per cui le scelte sono molteplici e tutte ben organizzate. Per ogni piatto viene indicato il contenuto riferito ai principali nutrienti (carboidrati, proteine, grassi, vitamine e sali minerali), il che per un atleta che abbia un regime controllato è sicuramente una cosa utile. Un po’ più discutibile, e forse in contraddizione con lo slogan “eat well to win” che campeggia in un manifesto all’ingresso della mensa, è il fatto che uno dei reparti di distribuzione dei cibi più frequentati e il principale fornitore di bibite siano gestite da aziende del settore merceologico alimentare la cui “mission” forse non è esattamente la ricerca del benessere attraverso il cibo (situazione rimarcata poi anche da prestigiose riviste internazionali di medicina come “The Lancet”). Ma la mensa resta un luogo dove trascorrere qualche momento di relax, dove incontrarsi con i propri compagni o con rappresentanti di altre delegazioni, dove puoi mangiare vicino ad atleti che hanno appena fatto un record mondiale o hanno appena vinto una medaglia, dove puoi veder passare capi di stato in visita che mangiano insieme agli atleti della loro nazione (a Londra sono comparsi Napolitano e Cameron in momenti diversi), o personaggi dello spettacolo che vengono a salutare amici o a vedere uno spettacolo diverso e unico nel suo genere.
Insomma, anche per queste cose e forse proprio per queste cose, vivere al Villaggio Olimpico rappresenta un’esperienza unica, esaltante, adrenalinica, che ogni atleta ed ogni uomo di sport vorrebbe fare almeno una volta nella vita!
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